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Sottomessa Al Piacere - Pronta Al Debutto #6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
09.02.2026    |    15.269    |    5 5.5
"L’idea di una presentazione ufficiale mi travolge: vedo una stanza piena di sconosciuti, i loro occhi come fari puntati sulle mie nudità, le mani che giudicano, i mormorii che si infilano sotto..."
*** MICHELA ***

Finalmente mi posso rivestire, le mani che tremano mentre mi vesto. Daniela mi incita a essere veloce, la voce un sibilo impaziente nell’orecchio, perché il taxi è arrivato e ci aspetta fuori dal negozio. Come sempre l’egiziano è in piedi fuori dall’auto: un uomo magro con la pelle olivastra e gli occhi stanchi, un braccio appoggiato sul tetto lucido della macchina nera, la sigaretta che brucia lentamente tra le dita ingiallite, il fumo che sale in spirali sottili nell’aria fredda della sera. Mi fissa come se fosse lui il mio padrone, ma fortunatamente non lo è.

Entro in macchina ancora con la pelle che odora di piscio umano e silicone, le cosce incollate di liquidi secchi e la vescica che pizzica a ogni piccolo movimento. Il culo nudo sulla pelle del sedile si incolla. Daniela appoggia la mano sulla mia nuca, come se avesse paura che io tenti una fuga improvvisa attraverso il finestrino. Non ho nemmeno l’energia per risponderle. Il taxi riparte. Le strade si intrecciano come arterie nel neon, la città si assottiglia fuori dai vetri e la pelle mi brucia per le solite mille microferite: graffi, pizzichi, sculacciate che lasciano i bordi in rilievo come lamine di fuoco sotto la cute. Dietro di me, nella busta di plastica rosa acceso, i nuovi vestiti mi chiamano: io so che non basteranno mai a coprire tutto il mio bisogno, il mio svuotamento.

Il tassista, come al solito, mi fissa e mi scopa con gli occhi. «Signora, se mi permette ho un regalo per la sua schiava, posso?» Daniela lo guarda e, con voce sprezzante: «Spero che sia un regalo umiliante!»** Con un sorriso, l’uomo tira fuori dal portaoggetti un bicchiere. «Mentre vi aspettavo mi sono masturbato così tante volte da riempire questo bicchiere.»

Il tassista continua a fissarmi dallo specchietto retrovisore, le labbra sottili che si contraggono in un sorriso complice, quasi paterno. Stringe il bicchiere tra le dita, come se fosse un trofeo olimpico o una reliquia rara. Lo porge a Daniela con un gesto cerimonioso, la plastica trasparente che rivela una quantità indecente di liquido lattiginoso, ancora tiepido, sollevato sopra il vuoto dell’abitacolo come una coppa da offrire agli dei. Daniela lo prende senza smettere di fissare il tassista, l’angolo della bocca piegato in una smorfia di disprezzo che però sotto sotto è ammirazione.

«Sentito, schiava?» sibila. «Hai ricevuto un dono. E i doni degli uomini si accettano sempre. E si onorano.» Mi spinge il bicchiere sotto al naso con la delicatezza di una madre che offre la medicina al figlio ribelle. Il tanfo mi colpisce come uno schiaffo: c’è il sapore metallico della vergogna, un’eco salata che mi sale subito in gola. «Bevi.» La voce è piatta, neutra, come se mi stesse ordinando di chiudere una porta o raccogliere una cartaccia caduta a terra.

Obbedisco, perché l’alternativa è negare tutto quello che sono diventata. Porto alle labbra il bicchiere, la plastica che sfrega sui denti, la lingua che si arriccia d’istinto. I primi sorsi scivolano dentro come una colata di cemento caldo, denso, una sostanza che si appiccica e si espande dietro al palato. Daniela mi osserva attenta, le dita che tamburellano il ritmo dei miei conati sul sedile di pelle.

Mentre bevo lentamente, a forza, inizio ad assaporare il nettare schifoso. C’è quel sussulto tipico: ok, schifo, ma anche sì, è questo il mio posto, il mio destino, l’ho voluto, l’ho cercato, è diventato il mio desiderio più vero. Con ogni sorso la nausea si impasta in un sottofondo di piacere, la lingua si adegua al nuovo retrogusto di sottomissione, e Daniela, appena vede che sto per mollare, con due dita mi solleva il mento, mi costringe a guardarla fisso negli occhi. «Non ti azzardare a fare la schifata adesso. Stai buona e manda giù tutto. Così.» E mi stringe forte il naso, fino a farmi deglutire senza scelta. Il tassista ormai è una maschera di sollievo e furore. Guida con più slancio, volteggia tra una rotonda e l’altra mentre inghiotto tutto il regalo. Il sapore mi resta appiccicato ai denti, il retrogusto di uomo e sudore che si spande anche nel naso. Perché è questo, davvero, il vero senso della mia adesione: non sto solo subendo, sto ingoiando il giudizio del mondo, lo faccio mio, lo tramuto in altro. Mi sento finalmente perfettamente sporca. Daniela ride, e mi fa poggiare la testa sulle sue ginocchia. Mi accarezza i capelli: non con tenerezza, ma con quel gusto di possesso che ha sempre avuto il potere di sciogliermi. Per un istante tutto è silenzio: la macchina corre, il motore canta basso, le luci della città si rincorrono fuori dai finestrini. Mi sento stanca, svuotata, ma anche carica di una nuova, innominabile eccitazione che non si è mai veramente spenta. Quando il taxi si ferma sotto casa, Daniela si gira verso il tassista. «Ovviamente la corsa è offerta, vero?»

«Certamente», dice lui. Poi abbassa il finestrino, si volta di tre quarti e mi regala un sorriso sbavato. «Spero che sia stato di suo gradimento, signora.» Daniela ride ancora, mi prende a braccetto come una bambina che ha appena fatto la vaccinazione più umiliante della propria vita. Mi trascina fuori dal taxi come una bambola stracciata, le ginocchia fragili e la gola già piena di nausea dolce. Il tassista resta a guardarci mentre ci allontaniamo, la sigaretta che brucia piano tra le labbra screpolate, il braccio abbandonato fuori dal finestrino come un amo da pesca.

Entriamo nell’androne del mio palazzo e Daniela mi sbatte subito contro l’ascensore, il freddo del metallo mi stampa la schiena come una lastra di marmo bagnata. Mi bacia. Non mi bacia come fanno le ragazze innamorate, ma come ci si nutre, come chi prende a morsi una cosa troppo buona per aspettare la tavola. Mi morde le labbra, mi tira i piercing come se volesse staccarmeli. Sento il sapore ancora presente, denso, e la lingua di Daniela che ci gioca sopra, facendomi quasi venire di nuovo solo così. In ascensore mi lascia senza fiato: mi tiene stretta, una mano sotto la gonna che mi riapre come fossi un sacchetto di pane, l’altra che mi schiaccia la nuca contro lo specchio, costringendomi a fissarmi. «Guarda che bella schiava sei diventata», sussurra. E ho la faccia devastata, le pupille deformate, i capelli appiccicati, la catena sottile che mi segna la pelle sotto la gola. Sotto la gonna, la mano di Daniela mi trova bagnata nuova, pronta, e ci infila due dita di colpo: mi esce un gemito animale, la voce strozzata affoga contro il vetro. «Ti piace essere umiliata, sì?» Dice, e non è una domanda, è una diagnosi.

Daniela mi schiaccia ancora contro la parete dell’ascensore, fissa lo specchio mentre mi tiene salda per la mascella, e poi mi sibila in un orecchio: «Tra qualche giorno sarai presentata ufficialmente, ci sarà un evento dove tutti ti conosceranno, ti guarderanno e chissà cos’altro accadrà.» La sua voce ha la temperatura del vetro ghiacciato, la pronuncia che mi colpisce come un colpo secco di bacchetta.

Nel riflesso sono irriconoscibile, un animale sottomesso, la pelle bagnata di saliva e di attesa. L’idea di una presentazione ufficiale mi travolge: vedo una stanza piena di sconosciuti, i loro occhi come fari puntati sulle mie nudità, le mani che giudicano, i mormorii che si infilano sotto la pelle più di qualsiasi ago o morso. Non capisco se mi eccita di più la paura o la speranza di essere desiderata da tutti, ma soprattutto da lei.

Parte 6 di 6 Fine

*** NOTE ***

Questa nuova storia di Michela torna al cuore della mia dominazione lesbica, fatta di potere asimmetrico, consenso e abbandono totale, vissuta davvero negli anni Novanta: un’epoca senza internet né spazi safe, in cui ogni atto BDSM o lesbico era una sfida rischiosa in un mondo ostile, con pregiudizi, leggi severe e pericolo reale che rendeva l’esibizionismo e l’umiliazione pubblica ancora più intensi.

Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica; non sono solo carne e dolore, ma amore che si fa supplizio. Non sono io la Padrona né la schiava: scrivo solo per accendere le vostre fantasie, la mia vita è lontana da queste catene. Ringrazio i messaggi, resto fedele ai miei desideri diversi, ma chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa: continuate a scrivermi proposte indecenti, purché affini al mio profilo.

La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.

Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.

Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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